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a "lezione" dai compagni romani di UNIRIOT....

labaut | 13 Dicembre, 2007 21:03

Democrazia e Crisi: seminario con Mario Tronti – La Sapienza – Roma 12/12/2007 (per scaricare il materiale dell'autoformazione cliccare su Album/Documenti Lab Aut)

Dopo l’introduzione dei compagn* del collettivo SP2 (leggevano troppo velocemente quindi ce lo siamo perso) la parola è passata al grande vecchio.

Tronti, marxianamente, critica la democrazia usando il termine “per la critica della democrazia politica” assumendo, come lo stesso Marx fece nella sua critica all’economia politica, tutta la tradizione teorica precedente in quanto non può esistere un'altra democrazia politica, come non poteva esistere un’altra economia politica.

Il campo di analisi riguarda la democrazia dei moderni (nel pensiero politico che va dal liberalismo dell’ottocento fino al pensiero democratico novecentesco) passando dalla fase del capitalismo libero/concorrenziale fino al capitalismo sociale, che trova la sua massima espressione nel sistema dello stato sociale.

In questo contesto il rapporto individuo/stato viene declinato, dopo la crisi dello stato liberale immediatamente dopo la prima grande guerra, in due tronconi:

  • Totalitarismo 900
  • Democrazia occidentale

La Grande guerra aveva intanto contribuito alla “socializzazione” e “nazionalizzazione” delle masse continuando il percorso iniziato con le prime rivendicazioni dei movimenti socialisti. Nelle mille difficoltà della guerra di trincea la socializzazione passò attraverso la reciproca solidarietà dei soldati al fronte impegnati in lunghe battaglie sanguinose ed estenuanti. Questo fenomeno si può osservare nei “consigli” di soldati/operai soldati/contadini in Russia che poi daranno vita a quel potere embrionale caratterizzante il sistema sovietico totalitario,  sia negli stati liberali dove questa commistione “socializzazione ” “nazionalizzazione” porterà al crollo dello stesso sistema liberale e che fa dire a Tronti che la guerra fu antiliberale proprio perché portò al collasso lo stato liberale fino a quel punto dominante nella scena europea

Dopo la seconda guerra mondiale vi fu il trionfo della soluzione democratica  Essa si presenta come la democrazia delle masse, dei partiti di massa, che supera la soluzione liberale, portando a conquiste sociali riformistiche (più o meno radicali). In questi anni comincia il rapporto Europa/Democrazia, che vuol dire americanizzazione, ovvero esportazione vincente del modello americano democratico (Touqueville). Si passa così dalle masse (sfondo sociale articolato in classi e i loro referenti partitici e sindacali) alla massa (omogenea e indistinta).

Dalla fase socializzazione/nazionalizzazione si passa alla fase della massificazione sia della società che dello stato, appellata da Tronti come democrazia REALE (il rimando al socialismo reale è esplicito e proprio per questo né socialismo né democrazia sono concetti da ripensare e riproporre in quanto già storicamente dati).

 

Con l’assunzione della democrazia come valore in sé il movimento operaio si suicidò. Esso non fu sconfitto dal capitalismo, con cui aveva un rapporto conflittuale ma dove, tuttavia, i rapporti di forza variavano a seconda delle situazioni, ma la sconfitta fu determinata dalla democrazia stessa e più specificatamente dall’universalismo democratico che distrugge le differenze di classe (riprendendo Schmitt il quale diceva che la cultura identitaria è nemica delle differenze, e quindi la più forte critica della democrazia è la forza delle differenze). La democrazie è basata su una dimensione quantitativa e massificante (infatti la massa è una). Nel capitalismo maturo non è l’individuo l’elemento centrale, ma l’individuo massificato che quantitativamente produce, consuma, scambia. La qualità è anticapitalista. La lotta per l’egemonia, per dirla con Gramsci, sta nel portare la qualità a livello superiore della quantità. Da ciò viene rifiutato il principio di maggioranza perché essa è intrinseca all’ordine massificato. 

Dal momento che si accetta il principio una testa un voto la prospettiva rivoluzionaria muore. Acquisire la pratica democratica o dichiarare chiuso il processo rivoluzionario equivale a dire la stessa cosa. Al di fuori della doppiezza (i rivoluzionari sopravvivono e crescono meglio in democrazia) la democrazia non è utilizzabile. Essa è intrinseca al capitalismo perché si è evoluta con esso e quindi il superamento del capitalismo equivale al superamento della democrazia.

 

Nell’insieme eterogeneo del popolo una classe (operaia) si eleva a classe per sé. La classe operaia diviene così più di popolo e anche se minoritaria si organizza e lotta. Con le sconfitte operaie di fine anni 70 però essa compie il salto inverso tornando popolo, e quindi il processo rivoluzionario si spegne perché il popolo è la base legale del potere politico della sovranità moderna.

Nel divenire minoritari non dobbiamo divenire minoranza (Deleuze).

Elaborare un pensiero a-democratico ( non anti-democratico) è il nostro compito per una riproposizione di una teoria politica della minoranza che sia centrale e non marginale e che sappia oltrepassare la frontiera democratica. Questa è la forza che deriva dal filone di pensiero operista che vedendo gli operai come parte, come minorità in rapporto alla quantità, fu però capace di portare l’operaio a potenza egemone, maggioritaria, dal punto di vista qualitativo.

 

La democrazia politica non fa altro che secolarizzare l’idea del popolo di dio prediletto, in  questo caso americano  (come si nota nei continui riferimenti a dio nella costituzione o nei discorsi alla nazione del presidente) chiamando esso al ruolo di civilizzatore. Il popolo di dio è lo stesso popolo alla base del pensiero democratico.

 

Infine la discussione si incentra sul rapporto tra legittimità  e legalità. La minoranza è sempre legittima ma non sempre legale. Se pensiamo all’abolizione del sistema capitalistico da parte delle forze rivoluzionarie  esso è legittimo, ma non legale. Ma ciò avviene perché la legittimità nasce nelle stato d’eccezione mentre la legalità nasce nello stato d’ordine.

 

Dopo l’intervento fiume di Tronti l’assemblea ha fornito spunti interessanti che sintetizzo in punti:

  • la crisi del normativismo è dovuta al fatto che le norme pensate per la tutela dei più deboli sono in realtà a difesa dei più forti (universalismo aggressivo);
  • il capitalismo ha vinto non sull’esclusione ma sull’inclusione dove la partecipazione senza prendere parte si può considerare come prosecuzione della democrazia;
  • Il capitalismo basato sull’individualismo diviene assunzione subalterna della singolarità e bene più pericolosa di quella disposizione massificante che mirava ad impedirlo;
  • l’universalismo democratico neutralizza il conflitto.

 

P.S.

(mi rivolgo alle compagne Anna e Benedetta)

Correzione e/o integrazioni sono ben accette

 

Flavio – Lab.Aut UNIPG

13/12/07

 

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